Uyuni è un villaggio di case basse e strade larghe.
Non c’è un solo angolo in ombra.
Nei giorni di mercato l’ombra bisogna portarsela da casa con l’ombrello, accessorio caratteristico da queste parti.
Donne d’età indefinibile vendono i prodotti frugali di questa terra.
La QUINUA, un cereale antichissimo e leggero come una bolla di sapone, totalmente privo di grassi.
Patate disidratate con metodi naturali simili alla liofilizzazione.
Lane più o meno pregiate ma sempre coloratissime.
Prende il nome da Uyuni anche il grande Salar.
È un mare interno ormai prosciugato di cui è rimasto solo lo spesso sedimento di sale.
Increspature geometriche creano armoniosi effetti sulla crosta minerale.
Il sale alimenta un lavoro povero, duro, a tratti brutale.
Nel periodo dell’anno in cui è ancora umido e friabile viene ammucchiato in grandi piramidi cristalline.
Trasportato poi nelle piccole fornaci alimentate ad arbusti secchi viene essiccato su lastre di ferro, pestato, polverizzato e vagliato da uomini col volto e gli occhi sempre coperti.
Il riflesso altrimenti li renderebbe ciechi.
Nella penombra invece, le donne completano il lavoro.
Confezionano e sigillano con la fiamma sacchetti tutti uguali.
Famiglie intere vivono con pochi centesimi di dollaro, prezzo di un chilo di fatica.
Per fortuna anche il sale si presta a creare forme fantasiose.
Nel bel mezzo del Salar quest’albergo dai tetti trasparenti è costruito con mattoni di sale.
Oggi è una giornata limpida e calda ma nelle notti invernali la temperatura scende molti gradi sotto lo zero.
La luce filtra dai tetti come in una serra e, intrappolata dai muri di sale intiepidisce l’interno fino al mattino.
Due vecchi coniugi vi hanno trovato rifugio ed un po’ di lavoro.
Si naviga ancora sul Salar come sull’antico mare che non vide mai barche.
12000 km quadrati, l’ampiezza di una media regione italiana mentre sull’orizzonte senza onde è ben visibile la curvatura terrestre.
Si naviga a vista orientandosi con i vulcani circostanti, tutti oltre i 6000 metri e ciascuno con il suo nome.
Il maestoso Tunupa diventa sempre più nitido a mano a mano che si riduce la distanza.
Dopo 80 km di corsa in linea retta ci fermiamo proprio sotto le sue pendici.
Un villaggio tutto di pietra fa la guardia al vecchio vulcano, o forse è lui piuttosto che dall’alto della sua veneranda età sorveglia tutto.
Si cammina con grande lentezza per la mancanza d’aria e salire è ancora più faticoso.
Si deve però andare su in alto, a piedi, perché sotto la voragine ormai fredda del cratere abbiamo un appuntamento straordinario che, senza fretta, attende da secoli.
Muretti a secco di sassi in equilibrio, rarefatti come l’aria che si respira, segnano il sentiero.
I cactus approfittano del tepore per fiorire orgogliosamente, ultimo ornamento festoso di una grotta nascosta alla vista.
L’ingresso è angusto ma si allarga verso l’alto.
Un soffio costante d’aria secca e polverosa mantiene asciutta e ventilata la stanza principale.
Seduti contro le pareti, il capo reclinato in avanti o distesi su freddi giacigli di sterpi secchi riposano per sempre antichi viaggiatori.
Molto prima che ci illudessimo di aver scoperto un nuovo mondo, intorno all’anno mille dell’era cristiana questa famiglia aveva creduto di trovare un rifugio sicuro nella grotta.
Fatica, fame, freddo tolsero loro pian piano le forze e con le forze anche la vita.
Il caso poi volle che i loro corpi si asciugassero senza decomporsi consegnandoli così al ricordo di altri uomini.
Così ogni anno da tempo immemorabile minute offerte di cibo, tabacco e foglie di coca vengono deposte in ciotole di terracotta per confortarli in quel che rimane del loro viaggio.
Il culto dei defunti, espressione di sensibilità e ricchezza di tradizioni, era un’usanza ben radicata negli antichi popoli di tutto il continente americano.
Ne abbiamo cancellato ogni traccia.
Lo sguardo spento di questi uomini del passato sembra possedere la severità di un tacito rimprovero.
Indietreggiando con rispetto li lasciamo nuovamente soli, in pace.
Il nostro viaggio termina così, mentre i greggi dei lama fanno ritorno nei loro recinti, al tramonto.
Nel bel mezzo del bianco Salar di Uyuni emerge uno scoglio bruno.
L’Isola del Pescado, lo chiamano.
Eretti uno a fianco dell’altro, come una platea di spettatori attenti, i cactus giganti, unici abitanti dell’Isola, guardano in silenzio l’ultimo scenario del giorno che finisce.
Il sale diventa color del glicine in fiore ed un sipario di nuvole infuocate nasconde lentamente il grande disco rosso del Sole.
Rimangono i cactus a venerare la divinità che fu guida degli antichi popoli del sud america: Incas, Atzechi, Maya e tutti quelli di cui non sapremo mai più.